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Operatori sociali e auto-mutuo aiuto

Salvina Faraci

 

Alla fine del secolo scorso, Peter Kropotkin, filosofo sociale e rivoluzionario russo in esilio, scrisse un libro pionieristico dal titolo “Mutual Aid” (mutuo aiuto). In questa opera che ha dato il via alla letteratura scientifica in tema di auto mutuo aiuto, l’autore avanzò la tesi secondo cui la stessa evoluzione della specie umana sarebbe stata impossibile senza l’attitudine degli uomini di riunirsi tra di loro di fare corpo comune, di cooperare, di sostenersi reciprocamente di fronte a comuni problemi o pericoli esterni. Non tanto la lotta solitaria  quanto piuttosto la solidarietà e l’aiuto reciproco sarebbero state le forze intrinseche del processo umano. Nelle società tecnologiche attuali, il mutuo aiuto forse non sembra più utile per la sopravvivenza, ma lo è diventato ancor più per il recupero ed il mantenimento del benessere sociale, il quale costituisce la dimensione qualitativa della sopravvivenza. Nel campo del welfare si è assistito ad una progressiva rivoluzione dei servizi; molte funzioni svolte dalla famiglia estesa sono state sempre più prese in carico all’esterno di essa.

In generale, è possibile individuare due grandi categorie di servizi:

servizi in cui i soggetti a cui sono rivolti sono semplicemente i destinatari di essi (l’utente è l’ultimo anello di una catena di servizi unidirezionali che arrivano dall’esterno). La maggior parte dei servizi formali possiede, più o meno connaturata, questa caratteristica.

servizi in cui i soggetti destinatari sono anche i promotori/gestori degli stessi (il consumatore del servizio va a  coincidere con il produttore). In questa seconda categoria rientrano i gruppi di auto/mutuo aiuto.

 Il movimento del self-help. Negli ultimi venti anni, in particolare – in parallelo con l’evidenza della crisi dello Stato assistenziale – questa modalità “autogestita” di soluzione di problemi umani ha avuto, in tutto il mondo, uno sviluppo enorme.

Anche in Italia si sono sviluppate, in quegli anni, varie esperienze di mutuo aiuto: ad esempio, gruppi di invalidi-handicappati; gruppi di famiglie di handicappati; gruppi di famiglie di tossicodipendenti; Alcolisti Anonimi, Club di alcoolisti in trattamento; gruppi “sanitari” (neuropatici, diabetici); gruppi di donne in difficoltà. Dell’insieme dei gruppi di self-help si può parlare ora come di un “movimento sociale”, un movimento che può avere sia “applicazioni cliniche” (rivolte alla cura/recupero dei membri) sia “applicazioni sociali” (rivolte alla modificazione della società).

Si affronterà qui la tematica dell’auto/mutuo aiuto secondo il “punto di vista” di questa ultima disciplina, il Lavoro sociale. Tratterò del mutuo aiuto in relazione alle pratiche degli operatori sociali; cercherò cioè di chiarire le motivazioni teoriche e tecniche che dovrebbero indurre gli “esperti” dei processi di aiuto e del benessere sociale (gli operatori professionali)

 

Il mutuo aiuto e i gruppi di mutuo aiuto

Che cos’è il mutuo aiuto?

Noi tutti sentiamo il bisogno di essere amati e curati, di soddisfare i nostri bisogni fisici ed emozionali fondamentali, di sentirci sicuri in quanto parte  di una famiglia e di una comunità. Nell’affrontare i vari problemi della vita, tutti abbiamo bisogno dell’aiuto di altre persone a noi vicine che possono guidarci nel passare attraverso esperienze magari ben familiari per loro, mentre per noi possono essere nuove e impegnative. Tradizionalmente i genitori svolgono questo ruolo nei confronti dei loro figli; poi, mentre i figli crescono e si sviluppano, molte altre persone – altri membri della famiglia, amici, vicini, insegnanti, sacerdoti – possono anch’esse assumere un ruolo di guida riguardo a molti problemi ed esperienze della vita.

Tuttavia molte persone hanno scoperto che a volte possono ricevere più aiuto e chiarificazione da estranei che hanno lo stesso problema di quanto ne ricevano da persone che sono loro più vicine sul piano relazionale. E’ spesso più facile infatti imparare da coloro con i quali possiamo identificarci, poiché essi si trovano, o si sono trovati, nelle stesse circostanze in cui noi ci troviamo. In ogni caso, possiamo condividere sentimenti, esperienze e comprensione. Non ci sentiamo più così soli quando ci rendiamo conto che non siamo gli “unici” a provare certe difficoltà.

Se siamo fortunati, dal contatto con persone che hanno il nostro stesso problema, possiamo ricaricarci di speranza, vedere il problema secondo prospettive più ampie, trovare nuove idee per possibili soluzioni nonché assistenza nell’individuare in altri servizi delle fonti aggiuntive di aiuto. Da altri che hanno superato le nostre stesse difficoltà possono anche venire dei vantaggi pratici, come l’aiuto nel trovare un lavoro o nell’allontanare da casa un marito che maltratta.

E’ possibile chiamare “auto aiuto” (self-help) quello che qui viene identificato come “mutuo aiuto “ (mutual-help). Il mutuo aiuto comincia, naturalmente, con l’auto aiuto, con la persona che riconosce l’esistenza di un problema e si attiva in cerca di aiuto. Tale azione, però è una ricerca personale che non implica necessariamente di un’azione di gruppo quanto, piuttosto, uno sforzo individuale da parte della persona per apprendere ad utilizzare al meglio le informazioni o le conoscenze di un esperto. Anche l’autocura (self-care), che è una procedura assistenziale organizzata in vari tipi di Servizi, che vanno dalle case di cura o ai collettivi femministi per la salute, viene spesso classificata come auto aiuto (self-help). Vari programmi strutturati di self-care possono essere (e in generale lo sono) offerti da operatori professionisti i quali può darsi che abbiano (ma più spesso non hanno) esperienza personale del problema. Questi operatori usano la loro preparazione e competenza per aiutare i loro utenti a prendersi cura di se stessi. Comunque, in un’esperienza di mutuo aiuto le credenziali professionali sono irrilevanti.

Condivisione dell’esperienza. E’ questo il concetto fondamentale che distingue l’esperienza di mutuo aiuto da altre forme di aiuto. Il mutuo aiuto si verifica soltanto quando chi aiuta (l’helper) e chi viene aiutato (l’helpee) condividono assieme la storia di un medesimo problema. L’essenza del processo è la mutualità e la reciprocità. E’ possibile che chi aiuta non sia, in senso proprio, un “pari” della persona che viene aiutata; può darsi che sia un cosiddetto “sopravvissuto”, ossia una persona che è già riuscita a far fronte con successo allo stesso problema e che per questo ha acquisito un’utile competenza basata sull’esperienza concreta piuttosto che sulla formazione specialistica. Di nuovo, come osservato sopra, la formazione specialistica o professionale è irrilevante.

Inoltre, l’esperienza di condivisione giova sia alla persona che viene aiutata sia a chi aiuta. La persona che viene aiutata può riconoscere nell’aiutante ciò che lei stessa sarà in futuro. Si può così rendere conto che la sua sofferenza non deve necessariamente essere permanente, ma che può essere superata. Coloro i quali sono stati efficacemente aiutati possono diventare helper essi stessi. Nello stesso tempo, chi aiuta, condividendo la sua competenza, può a sua volta vedere i suoi stessi problemi in una prospettiva più ampia, acquisendo un rinnovato senso di adeguatezza ed efficacia.

Le persone coinvolte in un’esperienza di mutuo aiuto lo sono, il più delle volte, perché stanno soffrendo di condizioni che hanno drammaticamente cambiato il loro “mondo”. Possono essere state colpite da una malattia che ha minacciato la loro vita, da un handicap fisico o dalla perdita recente del coniuge o di altri cari. Possono essere neo-immigrati, donne picchiate che non riescono più a sopportare di vivere con la violenza, bambini i cui genitori hanno divorziato di recente o giovani adulti che lasciano la famiglia per il “college”. Benché i loro familiari o i loro amici possono essere in grado di soddisfare alcuni dei loro bisogni fisici ed emozionali, molti ritengono di avere ulteriori bisogni che possono essere compresi soltanto da qualcuno che ha avuto gli stessi problemi e li ha superati con successo. E’ possibile che tu stesso abbia avuto un’esperienza analoga in un momento di cambiamento nella tua vita e, con tua sorpresa, ti sia trovato a chiedere aiuto a qualcuno che l’ha vissuto piuttosto che a un collega operatore professionale. Se si vuole aiutare le persone in difficoltà a produrre cambiamenti necessari ad una migliore visione di se stessi e ad una migliore relazione con il loro mondo è necessario fornire alle persone nuove informazioni e nuovi modelli di ruolo.

In sintesi, dal mutuo aiuto le persone ricavano:

§         informazioni su come far fronte ai loro problemi;

§         aiuto materiale, se necessario;

§         la sensazione che qualcuno si prenda cura di loro e di venir aiutate.

 

Questo tipo di aiuto è spesso molto efficace perché:

§         essi vengono a sapere che altre persone hanno sentimenti analoghi e che quindi i loro sentimenti possono essere “normali” nelle loro circostanze;

§         essi sono incoraggiati nel rendersi conto che anch’essi, a loro volta, possono diventare “aiutanti” anziché essere semplici utenti o ricettori di aiuto.

 Come definire e individuare delle categorie a rischio

 Definizione del bisogno

Quando inizi un intervento sociale di tipo innovativo, devi essere evidentemente del tutto certo che esso risponda ai bisogni degli utenti che intendi aiutare. Nel prendere in considerazione la creazione di un progetto di mutuo aiuto rivolta ad una particolare “popolazione” di utenti, dovresti basarti sui seguenti criteri.

1) La popolazione di potenziali utenti dovrebbe trovarsi in un periodo di transizione che le impone di cambiare l’immagine di sé o il modo in cui conduce la sua vita. Ci sono molti tipi differenti di transizione: qualcuno, come la nascita, l’andarsene di casa, l’invecchiamento e la morte “a tempo debito”, sono fasi normali dello sviluppo umano. Altre transizioni sono inattese (come la morte improvvisa e prematura o una grave malattia) oppure situazionali, come la disoccupazione, la recessione economica o un disastro naturale e così via.

2) Non sono disponibili delle formule o procedure ben chiare per aiutare le persone a far fronte a questi cambiamenti che stanno vivendo, né esiste un modo sistematico di far pervenire loro informazioni utili, ammesso che queste esistano. Per esempio, in una società orientata verso i giovani, qual è la nostra attualmente, ci sono pochi modelli di ruolo per le persone anziane che desiderano rimanere cittadini partecipi e produttivi. Un altro esempio è dato dai neo-genitori di bambini con disturbi congeniti i quali di solito non sanno dove rivolgersi per apprendere cosa significhi convivere e curare bambini con handicap particolari. E’ molto probabile che le persone che si trovano in queste o in analoghe situazioni comincino a sentirsi isolate, lasciate sole con il loro problemi.

3) Senza un aiuto e un sostegno aggiuntivo, queste “popolazioni” in stato di bisogno (popolazioni-target) correrebbero il rischio di sviluppare grave o permanenti problemi di ordine emozionale. Durante le fasi iniziali della transizione, i membri della popolazione–target non presentano di solito alcun comportamento psicopatologico e quindi un counseling terapeutico non risulterebbe indicato. Ma i disturbi possono svilupparsi qualora queste persone non riescano ad “evolversi” durante la transizione ed a conseguire un appropriato adattamento. Poiché è difficile prevedere in particolare quali membri di una popolazione a rischio andranno a sviluppare dei problemi gravi, risulta inevitabile cercare di accostarli tutti. Utili informazioni su categorie di popolazione potenzialmente a rischio sono spesso reperibili negli articoli delle riviste specializzate.

4) E’ essenziale che i potenziali fruitori di questi servizi abbiano essi stessi espresso la loro disponibilità affermando che sarebbe disponibili a “partecipare” le loro esperienze ad altri che si trovano in situazioni analoghe.

Nell’effettuare questa indagine, ci si dovrebbe consultare con vari membri delle possibili “popolazioni a rischio”, per ottenere informazioni, cogliere a fondo la natura dei loro problemi e i tipi di aiuto che essi ritengono dovrebbero essere più efficace. Ciò dovrebbe massimizzare l’abilità di rispondere realmente al loro bisogno.

Le principali funzioni degli helper sono quelli del primo accostamento verso i potenziali membri; gestire la “linea calda” telefonica, se esiste; condurre piccoli gruppi di discussione e organizzare eventuali programmi di aiuto individualizzato che il gruppo ha deciso di avviare.

L’aiuto personale

Chi sono gli helper e come vengono scelti?

Molti membri possono sentirsi imbarazzati alla prospettiva di essere  direttamente coinvolti in un attività di aiuto psicologico alla persona. Possono pensare di non aver niente da offrire in tal senso perché non hanno avuto alcuna formazione professionale. Spesso noi operatori infatti siamo responsabili di questo atteggiamento perché nella formazione che abbiamo ricevuto è stato continuamente ribadito che soltanto persone con un training specifico sono qualificate ad offrire aiuto di natura psicologica.

Per diventare un helper è necessario che esistano i seguenti criteri:

§         la persona deve volere diventare helper;

§         chi intende essere un helper deve essere in grado di parlare facilmente della sua esperienza; deve essere capace di “condividere” sia i suoi successi che i suoi fallimenti;

§         l’ helper deve aver raggiunto un certo grado di adattamento rispetto al suo problema;

§         nel processo di aiuto, l’ helper deve basarsi sulla sua esperienza personale e non tanto su una sua precedente formazione o training;

§         l’ helper deve avere una certa disponibilità di tempo, ad esempio mezza giornata o una sera alla settimana e deve essere una persona che sa prestare attenzione;

§         l’empatia, la capacità di ascolto e la capacità di apprendere dalla persona che viene aiutata sono caratteristiche fondamentali che un helper deve possedere.

Questi principali criteri sono illustrati qui sotto con degli esempi tratti da un programma di accostamento di un gruppo “vedova-a-vedova” (Silverman, 1976). Essi vengono qui riportati per far apprezzare le potenzialità degli helper volontari e per mostrare come si possano concretamente individuare quelle persone che, soddisfando i criteri già visti, possono diventare dei validi helper.

1° Criterio: La persona deve voler diventare un helper. Anche se tu pensi che un determinato membro possa diventare un buon helper, ciò può anche non verificarsi se tale persona non vuole assumere questo ruolo.

            Sono stata fortunata perché avevo un impiego e potevo continuare a lavorare. Sono stata anche fortunata ad incontrare un’altra ragazza che aveva perso suo marito poco tempo dopo la morte del mio. Insieme, abbiamo incontrato un’altra donna. Tutte e tre ci trovavamo spesso e parlavamo delle nostre esperienze. Ciò ci ha aiutato molto…….

 

2° Criterio: un helper deve essere in grado di parlare facilmente delle sue esperienze personali.

Sono otto anni, se viene agosto, che sono vedova. Alcune delle esperienze che mi sono capitate sono tipiche, rientrano nei sentimenti di ognuno. Non ho avuto esperienze vere di dolore perché mio marito è stato malato, molto ammalato, ed io sapevo che doveva morire da lungo tempo. Così la sua morte rappresentò piuttosto un sollievo ed ero contenta che se ne fosse andato. Il problema che ho avuto, invece, era quello di trovare un nuovo stile di vita per me stessa, come donna d’affari. Mi sono trasferita in una nuova comunità dove non conoscevo nessuno. Ho preso la decisione di comperarmi una casa grande. Sarebbe stato bello aver qualcuno lì da parlarci assieme, qualcuno che mi dicesse: “Ehi, guarda che cosa stai facendo della tua vita: ti affanni in qualcosa che non riuscirai a continuare, mentre limiti la vita sociale che potresti invece sviluppare”. La casa per me rappresenta una sicurezza………

Questa vedova è stata capace di esprimere gli errori che ha fatto e di riconoscere che aveva qualcosa da offrire agli altri. L’esperienza che segue è quella di una vedova che ha perso il marito di recente ma sa perfettamente quali siano i bisogni di chi rimane vedovo da poco e quali siano i contributi che può dare grazie alla sua esperienza.

Sono vedova da dieci mesi. Niente di più da dire se non che, in questo tempo, mi sono tenuta occupata: mia figlia ha appena iniziato ad andare all’università. Il senso di essere completamente sola si sta solo ora insinuando. Tutta l’attività è sottosopra. Ma penso che il momento più duro sia stato all’inizio, nei primi mesi quando esci di casa, incontri altre persone, sposate e non, e non puoi parlarci di quanto ti è successo. Vogliono tutti che tu sia felice e piena di gioia e non ti lasciano nemmeno accennare alla perdita. Come se lui non fosse mai esistito, come se non fosse mai entrato nella tua vita: è così. Non vogliono proprio sentirne parlare. Grazie a Dio ho qualcuno vicino. Mia figlia mi ha aiutata e questo mi ha fatto andare avanti.

Andavamo fuori, a teatro e a cena, e c’erano tanti amici con noi. Tutto sommato, sono stata fortunata e non sono tante le persone che possono dirsi tali. Se la gente potesse rendersi conto che non puoi sposare un uomo, viverci così tanti anni assieme e poi dimenticarti di lui solo perché la gente non vuole sentirne parlare. E’ sciocco. Ho incontrato delle persone e parlavamo … ciò è molto importante. Non so perché tutti pensino “Dai, dimentichiamo. Non c’è più. E’ tutto finito.” Non è finito affatto. Devi andare avanti con la tua vita, ma non dimenticheremo mai. Poterne parlare almeno fino a quando il dolore non diminuisce: questo è ciò che chiedo. E penso di poter offrire ciò anche a qualcun altro.

La vedova che dice “Non riesco a parlarne” e si mette a piangere non è ancora pronta per poter aiutare altri.

3° Criterio: L’ helper deve aver raggiunto un certo grado di adattamento rispetto al suo problema. Nella Alcolisti Anonimi, una persona deve essere rimasta sobria per almeno due anni per diventare un cosiddetto “sponsor”. Nella Leche League il potenziale leader deve aver prestato assistenza ed essersi dimostrato efficace secondo criteri stabiliti dal gruppo. Nella maggior parte dei programmi “vedova-a-vedova” l’ helper deve essere vedovo da almeno due anni. Le esperienze riportate sopra dimostrano, comunque, che non si deve essere troppo rigidi nell’applicare criteri oggettivi come, ad esempio, i limiti di tempo. Non si può desumere se si è raggiunto o meno un certo grado di adattamento dal “passare del tempo” ma dal modo in cui una persona è cambiata.

Non penso che riuscirei mai a condividere la mia casa con qualcun altro. Mi piace stare da sola. E’ dura per una neo-vedova immaginare che un giorno sentirà di aver bisogno di un altro uomo, ma deve poter intravedere che ciò può capitare.

 

4° Criterio: Nel dare aiuto, l’ helper deve basarsi sulla sua esperienza personale.

In che modo può essere d’aiuto la mia esperienza personale in questo momento? Mi sembra che anche solo sedersi a parlare con un’altra persona mi sia sufficiente per capire come lei si sente. A sua volta, puoi far sapere all’altro che anche tu hai passato quella esperienza, che non è una cosa anormale, che non sta impazzendo. Anche l’altra persona ti parlerà di lei in modo da derivare speranza; osservandoti e rendendosi conto che anche tu hai passato quei momenti e vedendo come sei adesso, acquisirà la speranza che può “sopravvivere” come hai fatto tu.

Questa vedova ha sottolineato che avrebbe usato la sua conoscenza   esperenziale per aiutare altre persone.

5° Criterio: L’ helper deve avere una certa disponibilità di tempo e deve essere in grado di prestare attenzione.

Le ho detto che poteva chiamarmi a qualunque ora, so che cosa vuol dire essere soli … arriva mezzanotte e non si riesce a prendere sonno.

C’è stata una donna che ad un certo punto ha affermato che non sapeva che cosa potessero fare nel gruppo per lei e che era venuta sì quella volta ma che non aveva intenzione di venirci più. Mi ha ripetuto queste stesse cose al telefono. Ero con un’altra volontaria. Dopo un po’ mi ha detto: “Si, mi piacerebbe incontrarmi con voi e prendere un caffè e forse parlare un po’ di queste cose”. Infatti, aveva molte domande da porre ad entrambe su come operiamo, come passavamo le nostre giornate, come ci sentivamo, ma non era ad uno stadio in cui riusciva a cogliere bene la realtà della sua situazione. Davvero, voleva parlare e valutare meglio le nostre esperienze, ma non sapeva riconoscere direttamente che tutto quanto noi dicevamo valeva anche per lei. Stabilimmo di vederci anche la settimana successiva. Suggerì una cena e noi accogliemmo l’offerta.

6° Criterio: L’ helper deve esprimere empatia e essere capace di ascoltare.

Ci sono persone che si sentono più a loro agio se possono prendere, loro stesse, l’iniziativa di un contatto. Ho detto ad una donna: “Mi piacerebbe avere tue notizie. Penso, però che tu voglia fare il primo passo. Ecco il mio numero di telefono; io ho il tuo. Quando ti senti pronta, chiama, porta i tuoi bambini, fai qualunque cosa che ti sembri più adatta per soddisfare le tue esigenze”. Sembrava molto grata per questa offerte.

Ho parlato con una donna sulla settantina. La sua prima reazione è stata di mandarmi via. Le ho detto: “Non voglio niente, non vendo niente”. Mi ha risposto che non riusciva a parlare con nessuno, che non avrebbe provato a telefonare, che non mi avrebbe incontrata. Le ho detto: “Bene, posso chiamarti ancora?” Mi ha risposto “Sì”. Le ho detto: “Ti scriverò una lettera tra qualche settimana”. Ora è quasi giunto il tempo di farlo. In quel momento non potevo certo invitarla da qualche parte.

L’ helper deve imparare ad ascoltare le persone e a distinguere quello che vogliono essere aiutate da quelle che invece non lo desiderano. Ascoltando attentamente, il volontario può imparare a percepire quelle piccole cose che fanno questa differenza e può poi generalizzarle ad altri.

Ruth, una neo-vedova, ha fatto una importante annotazione. Suo marito l’amava molto, le diceva che una grande donna e si complimentava per la sua bellezza. Penso che la sua morte abbia avuto un gran impatto su di lei. Seppe riconoscere di avere le capacità di imparare a cavarsela da sola. Nel nome dell’amore, alcune persone ti iperproteggono. Non penso che questo sia veramente amore. Possiamo aiutarla ad imparare come diventare una persona indipendente.

Le abilità dei volontari

        Le abilità che gli helper volontari devono acquisire o rafforzare durante i corsi di orientamento comprendono: la sensibilità verso gli altri; l’abilità di mostrare all’altro che ci si prende cura di lui; la capacità di ascoltare; il sapere quando e come porre domande; la capacità di sintetizzare le informazioni, di dar consigli e, infine, l’abilità di gestione dei gruppi. Alcuni evidentemente possono già possedere “istintivamente” queste abilità.

        Sensibilità. Ogni persona che voglia diventare un helper deve essere una persona “sensibile”. Le persone che si rivolgono spontaneamente o vengono “avvicinate” ad un’esperienza di gruppo di mutuo aiuto sono spesso in uno stato di dolore o di shock. Possono solo iniziare ad intravedere un qualche cambiamento nella loro vita. Gli helper devono essere sensibili a questa loro condizione. Non sanno ancora accettare la loro nuova situazione? Hanno forse bisogno di una sorta di redini per non “cadere” rovinosamente? Sono pronti per parlare o vogliono solo ascoltare?

        Le persone non devono essere necessariamente trattate come se fossero “bombe innescate”; tuttavia deve essere chiaro a loro che l’ helper non li sovraccaricherà con più di quello che possono sopportare, anche se è sempre disponibile a dare informazioni o altro aiuto. L’ helper può offrirsi di condividere la sua personale esperienza e creare così uno spirito di amicizia ma solo fino al punto in cui l’ascoltare è preparato a farlo.

        Mostrare all’altro che ci si prende cura di lui. Questa è una abilità fondamentale che, tuttavia, non viene spesso considerata tale. Gli helper hanno bisogno di rassicurazione: devono essere consapevoli che è giusto che seguano il loro istinto di avvicinare, toccare, condividere e persino piangere o arrabbiarsi quando si aiuta qualcuno. Potrebbe essere una buona idea discutere in gruppo in cosa consista l’aiuto “faccia a faccia” e quali dimostrazioni di preoccupazioni e cura il gruppo e l’ helper dovrebbero essere in grado di dimostrare. Assicurarsi che chi viene per la prima volta sia presentato e farlo sentire accolto e benvenuto è una dimostrazione concreta di interesse e di condivisione. Un’altra, praticata da alcuni gruppi, è l’abitudine di darsi la mano o abbracciarsi, quando l’incontro viene aggiornato.

        Gli helper volontari vanno facilmente in crisi se la persona che cercano di aiutare sembra rifiutarli. Gli helper infatti non hanno quella visione distaccata proprio dell’operatore professionale, che rimane sempre “esterno” alla situazione; hanno spesso bisogno di essere rassicurati che sono persone valide anche se il loro tentativo di aiuto è risultato vano. Hanno anche bisogno di accettare il fatto che possono fare degli errori, che i loro consigli possono non essere buoni e che il loro entusiasmo può anche essere controproducente e far allontanare le persone. Se riescono ad accettare tutto ciò, potranno diventare degli helper ancora più validi.

        I volontari devono anche essere consapevoli dei loro limiti. Devono riconoscere che non possono considerarsi responsabili dell’altro, ma che, piuttosto, gli sono compagni nelle difficoltà, che si curano di lui e sono disponibili a mettere in comune le loro esperienze. A volte al volontario può risultare antipatica la persona che deve aiutare e perciò può trovare difficile essere utile. Per risolvere questi problemi, il volontario può presentare questa persona ad un altro helper. Dovrebbero dunque esserci più persone disponibili a prestare le loro cure; il primo volontario può “far strada” ad un altro, rimanendo sempre amichevole e cordiale con la persona in difficoltà.

        Ascoltare. Forse la più importante abilità di comunicazione che un helper volontario deve avere è quella di saper ascoltare attentamente. Questa è una cosa difficile da capire per alcuni volontari, in modo particolare per quelli che sentono il bisogno di riempire ogni pausa di silenzio che si viene a creare nella comunicazione. Il bisogno dei volontari poco esperti, di condividere la loro esperienza ed essere di aiuto può “oscurare” i bisogni di chi invece cerca aiuto. Bertcher (1979) suggerisce delle buone tecniche per insegnare alle persone come ascoltare.

        Gli helper possono avere un effettivo bisogno di imparare il valore del semplice ascolto e del dare alle persone l’opportunità di parlare liberamente su tutto ciò che passa per le loro menti. Dovrebbero capire che, generalmente, le persone si sentono meglio quando riescono a sfogarsi e che molte persone sembrano essere più in grado di attivarsi per la soluzione dei loro problemi quando sono riuscite ad organizzare ed esprimere i loro pensieri.

        L’esempio che segue illustra il modo in cui si può ascoltare costruttivamente; si tratta di esperienze di un gruppo di genitori con bambini nati con difetti congeniti.

        Madre: “sono preoccupata per la mia bambina che deve essere operata. Mi spaventa ciò anche per il fatto di trascurare l’altro mio figlio”. L’helper potrebbe rispondere dicendo: “non preoccuparti. Quando la mia bambina è stata operata, stava bene ed io riuscivo a dividere il mio tempo tra lei e l’altro bambino”.

        Anche se le intenzioni sono quelle di rassicurare l’altra madre, questa risposta non aiuterà a non preoccuparsi; può solo bloccare la comunicazione ed impedire alla donna di esprimere tutta l’ansia e quindi di farla passare, per così dire. Potrebbe invece essere più utile dire:

        “E’ difficile. Sei spaventata per l’operazione e preoccupata di non dare le dovute attenzioni all’altro bambino. So come ci si sente, perché ho provato anch’io questi sentimenti quando mia figlia è stata operata”.

Ci sono altri modi di chiarificare e riformulare accuratamente i sentimenti che a te operatore professionale, possono sembrare scontati e facili. I volontari, comunque, possono aver bisogno di far esercizio in questa importantissima abilità.

Fare domande. I volontari possono dare aiuto ponendo delle domande “strategiche”: “Quali azioni devi intraprendere per cambiare le cose?” “Come ti senti nei confronti di tutto ciò?” “Di che cosa hai bisogno?” “Come stanno i bambini?”

        Sebbene queste domande siano generiche e siano aperte, hanno tutte la caratteristica di suggerire uno “schema” per riflettere sulla situazione. L’helper deve così lasciare molto tempo all’altra persona per pensare piuttosto che saltare da una domanda all’altra.

        Dare informazioni. Una parte importante del lavoro di gruppo è costituita dal mettere in comune le informazioni, sia con i “vecchi” membri che con i nuovi. L’helper dovrebbe essere in grado di fornire una gran varietà di informazioni. Ad esempio:

§         Il decorso normale del problema: “Le cose iniziano ad andar meglio dopo circa tre mesi”. “La maggior parte dei bambini con spina bifida devono essere più volte operati”. “La maggior parte delle donne, i cui figli sono stati adottati da un’altra famiglia, non riesce a dimenticare”.

§         Differenze nei tempi individuali: “Il bambino di Mary ha iniziato a camminare quando aveva nove mesi, quello di Alice quando aveva un anno e il mio non ha camminato fino al quindicesimo mese”. “Jane ha reso noto di essere maltrattata prima che Rosemary si sentisse pronta a parlarne fuori dalla famiglia”. “Ci vuol tempo per abituarsi a vivere da soli”.

§         Prevenzione dei problemi: “La maggior parte dei bambini con spina bifida diventano idrocefali” “Tuo marito può seccarsi se tu cerchi di rivedere tuo figlio che è stato adottato”. “I datori di lavoro americani diventano sospettosi verso le persone con diversi accenti linguistici”.

§         Possibili soluzioni: Persone diverse possono aver bisogno di soluzioni diverse per i loro problemi – un fatto importante da tenere ben presente e da comunicare. In altre situazioni ci può essere un accordo comune circa la migliore soluzione. Ci sono, ad esempio, molti modi in cui una madre può gestire la nuova abilità del suo bambino di uscire dalla culla, ma uno solo circa la corretta soluzione di un problema medico.

§         Risorse: Comunicare notizie sui libri, riviste, vendite ai magazzini, conferenze, nomi di buoni e non buoni medici, possibilità di impiego, appartamenti, attività varie di socializzazione e così via, sono attività comuni a tutti i gruppi di mutuo aiuto. Alcuni preferiscono far ciò in modo informale, altri invece programmano un tempo specifico per queste comunicazioni.

Dare consigli. Avremmo potuto inserire questo punto nell’elenco di cui sopra, perché il dare consigli è una tipica informazione. Esaminiamo invece separatamente tale abilità perché tutti i consigli dati (e non dati) non possono essere forniti a caso, devono essere ben ponderati. Quando qualcuno dice a qualcun’ altro cosa deve fare, sta dando dei consigli. Sia in gruppo che in un rapporto più personale, chi consiglia non dovrebbe mai suggerire che questo o quel corso di azione sia l’unico da seguire. E’ meglio consigliare dando informazioni, ossia, ad esempio, dire alla persona che ha bisogno di aiuto che altre persone hanno provato a fare così e hanno ottenuto un certo tipo di risultati.

  

Bibliografia

-Phyllis R. Silverman, I gruppi di mutuo aiuto, Erickson, Trento 1989(1980)

-Adorni P., Chiavarini A., Cultrera V., Santi S., Vademecum per i gruppi di auto mutuo aiuto, pubblicazione fuori commercio riservata ai soci LIDAP-ONLUS

-Francescano D., Psicologia di Comunità, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1988

-Martini E. R., Sequi R., Il lavoro nella comunità, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1988

-Gazda G. M., Sviluppo delle Relazioni Umane –manuale per educatori, IFREP-Roma 

 

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