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IL CONTATTO CON SE’ E L’ALTRO DA SE’

Antonio Fiorito

 

La definizione che viene data alla parola contatto, il termine deriva dal latino contactus, è di solito tendente al negativo. Ad esempio, in medicina, è sinonimo di contagio, infezione, pestilenza. In letteratura, contagio morale, cattivo esempio. (Molte parole che per senso comune per convenzioni socio-culturali, sono ritenute negative, si veda ad esempio il significato comune che viene dato alla parola aggressività, che in latino significa letteralmente ‘andare verso’, finiscono per assumerne profondamente anche a livello soggettivo, di coscienza collettiva come amava dire Jung, una connotazione negativa. Come dire che ci convinciamo della sconvenienza di un particolare termine solo perché, socialmente non accettabile e finiamo, quindi per crederci!). A noi interessa naturalmente ciò che di positivo possa rappresentare nelle relazioni umane e focalizzare l’attenzione su quanti disturbi possa generare un’assenza o un deficit del contatto tra madre/bambino in primis. A tale proposito, vorrei citare gli studi di un ricercatore spagnolo: che si chiama Montagu. Egli costatò che nel XIX° secolo più della metà dei neonati moriva prima di compiere il primo anno di vita a causa di una malattia chiamata “marasma” che in parole povere significa decadimento generale delle condizioni fisiche. Alcuni pediatri dell’epoca, sostenevano che il fattore che facilitava una riduzione di questa infermità era l’amore materno e non solo le cure asettiche igieniche o altro. Quindi, nell’ospedale Bellevue di N.Y nel 1938, fu instaurata la norma che i bambini dovessero essere presi in braccio e ricevere l’affetto materno. Dopo tale norma, la mortalità infantile scese al di sotto del 10%. Ciò per dimostrare cosa possa significare per un neonato la tenerezza, le carezze e il contatto corporeo. Alcuni psicologi dell’epoca sostennero questa tesi e le dettero un significato psichico. Non posso non pensare, invece, a quanto accadeva in Italia in tempi più recenti. A metà degli anni ’70, ho avuto un’esperienza lavorativa in un Ospedale Pediatrico, in cui era proibita la presenza delle madri accanto ai piccoli degenti! Ho assistito a vere e proprie scene di disperazione da parte dei bambini ‘abbandonati’ nelle cullette dei reparti. Io, insieme ad alcuni sindacalisti, riuscimmo a convincere, non senza grandi difficoltà, i primari pediatri, i quali, dall’alto della loro scienza meccanicistica, dicevano che i bambini erano troppo piccoli perché possano elaborare l’assenza della madre! E’ chiaro che Il contatto con l’altro da sé, è strettamente correlato con la percezione del sé e dall’esperienza vissuta all’alba della nostra vita. Un ricercatore che tra i primi si interessò di tale problema, fu Kohut, (Vienna 1913 - Chicago 1981) medico che iniziò ad esercitare come neurologo per poi interessarsi sempre più di Psichiatria e di Psicoanalisi. Si trovò costretto, in seguito all'annessione tedesca dell'Austria, a trasferirsi negli Stati Uniti (1939) dove si specializzò in Neuropsichiatria a Chicago. Egli postulava che quando una madre non riesce a realizzare un contatto empatico ( L’empatia è intesa come la capacità di cogliere i segnali di uno stato d’animo, riuscire a captare le spie emozionali, leggere anche i segnali non verbali.) con il bisogno del figlio, per il bambino, diventa veramente difficile mantenere un senso di integrità e di considerazione di se stesso. La psicologia psicoanalitica del Sé è frutto appunto del lavoro pionieristico di Kohut con pazienti sofferenti di disturbi narcisistici, i quali mostrano dei sensi indefiniti di depressione o insoddisfazione nei rapporti, riconducibili a una forte vulnerabilità della stima di sé, ad un’estrema sensibilità alle offese da parte degli altri, mancanza di empatia o di umorismo, stati maniacali e preoccupazioni eccessive per il corpo. Tale mancanza di autostima sarebbe dovuta alla carenza di risposte empatiche adeguate nelle prime fasi dello sviluppo. Il Sé è all'origine del sentimento per il quale l'individuo si sente un polo autonomo di percezione e di iniziativa, ha, quindi un ruolo funzionale, è una dimensione intrapsichica che si alimenta del rapporto con gli altri, (definiti oggetti-Sé). Se viene a mancare un'adeguata relazione adulto-bambino il Sé si ripiega su se stesso e si fissa in una posizione narcisistica: in tal caso l'esperienza del Sé, normalmente appagante, si disintegra e si cristallizza, in modo difensivo, dando luogo ad un io grandioso e onnipotente (narcisistico). L’immagine prende il posto della percezione del proprio corpo. Se il senso del sé è scarso, il senso del sé finisce per essere legato all’io. Basare, però, la propria identità sull’immagine corporea, genera quei disturbi narcisistici detti anche ipertrofia dell’io. Raramente, come disfunzione, il narcisismo si presenta da solo, ma è quasi sempre associato ad altri disturbi della personalità. Nei vari tipi caratteriali descritti da W. Reich una perfetta disamina dell’aspetto narcisistico viene data nei caratteri “isterico nel femminile” e “fallico narcisista” nel maschile. La relazione tra io e sé è complessa: senza un io non ci può essere un senso del sé, ma se manca quest’ultimo, il senso della propria identità finisce per essere legata all’IO. In realtà l’essere umano ha una duplice identità che deriva in parte dall’identificazione dell’io, in parte dall’identificazione con il corpo e ciò che sente. Vale a dire che dal punto di vista dell’io il corpo è un oggetto da osservare, studiare e controllare nell’interesse di una prestazione che sia all’altezza della propria immagine. A questo livello l’identità è rappresentata dall’io nelle sue funzioni di percezione cosciente, pensiero ed azione. Si potrebbe dire che la famosa frase di Cartesio, “Penso dunque sono” sia appropriata al senso dell’io, mentre le frasi: sono triste, sono arrabbiato, esprimono l’idea che noi siamo ciò che sentiamo.Secondo Lowen, invece, il senso del sé che è soprattutto biologico, corporeo, lo si sviluppa in maniera adeguata quando è presente un buon contatto tra madre/figlio.  Reich, descrive molto bene nel suo libro “Analisi del Carattere” cosa può accadere quando una persona ha avuto da bambino un deficit totale o parziale di contatto con la prima figura significativa della sua vita: quando l’avvicinamento fisico del bambino alla madre viene frustrato, viene negato, perché non viene esaudita una sua richiesta il bambino si ritira, si corazza, per usare un linguaggio reichiano e la corazza muscolare, limita la capacità di contatto. Il contatto con sé, è condizionato dal contatto con l’altro da sé Una volta adulto, siccome rimane l’imprinting della delusione passata, che è sempre presente, si instaura una difesa da profondi impulsi aggressivi contro l’oggetto che un tempo aveva privato il soggetto del proprio amore. Infatti, molte persone riescono ad entrare in “contatto” con l’altro da sé solo attraverso pratiche francamente sadiche proprio perché più controllabili di un’angoscia o di una paura dell’abbandono. Quindi, la persona rinuncia a ciò di cui maggiormente ha bisogno. Naturalmente, attraverso un trattamento di vegetoterapia reichiana, affiorano questi aspetti che fanno parte della struttura corazzata dell’individuo. Il Prof. F. Navarro, fondatore del movimento reichiano in Italia, (da poco scomparso),  sosteneva che: …”Con differenti manifestazioni, l’uomo di oggi presenta una patologia del contatto con sé stesso, compensata da istanze narcisistiche, egoistiche, presuntuose e pretenziose che disturbano profondamente il contatto con l’altro da sé…”A proposito di contatto, vorrei citare a tale proposito il caso di una persona in cura che quando descrisse il suo rapporto con la madre, si espresse in questo modo: …fin da piccola, ho sempre avuto l’impressione che tra me e mia madre ci fosse uno spesso vetro, ci vedevamo, ci controllavamo, ma non ci toccavamo. La mia impressione di oggi, aggiunse, è che mia madre è stata presente nella mia vita in maniera intrusiva, penetrante, ma senza quasi mai avermi toccata veramente! Questa ragazza, oltre ad altri problemi psichici, presentava un marcato ed esagerato narcisismo che manifestava nella sua fisicità, ostentazione di sicurezza, grande seduttrice di uomini, ma dietro tutto ciò nascondeva una grande fragilità e paura di cadere in un vuoto senza fine. Aveva anche instaurato per un periodo abbastanza lungo un rapporto omosessuale che noi definiamo omoaffettivo, nel quale cercava quel contatto con la madre che le era stato negato. Un’altra persona, confessò che quando faceva la doccia o il bagno, usava dei guanti di gomma soprattutto quando doveva lavarsi le proprie parti intime. Ella non riconosceva quelle parti del corpo, le sentiva estranee. In questa persona, evidentemente, non solo c’era stato un deficit di contatto e quindi di percezione del proprio sé corporeo, ma le era stata inflitta una proibizione a toccarsi i genitali perché ritenuti sporchi e da nascondere. A questa donna, che oggi è ancora giovane, le fu nascosto dalla madre anche che, ad una determinata età, sarebbe intervenuto il proprio ciclo mestruale e quando accadde, la madre scandalizzata, le disse di non dire assolutamente nulla al padre!Al di là di tutte le considerazioni più o meno scientifiche ed illustri che possiamo osservare sull’argomento, resta la gravità di ciò che può accadere quando vengono a mancare degli elementi basilari di un rapporto madre/figlio: il contatto che non è solo toccarsi, il solo toccarsi non basterebbe, ma attraverso esso, far passare l’amore, la tenerezza, la presenza e tutto ciò di cui un cucciolo di essere umano abbia bisogno. Prima dicevamo che quando manca il senso del sè, quest’ultimo lo si identifica con l’io, ma l’io, in questi specifici casi, non è la percezione del se, è soprattutto la percezione della propria immagine, di come dobbiamo apparire! Nei casi limite, quando manca un senso della propria individualità, ci si può identificare con il “branco”, con il gruppo e con gli ultrà degli stadi arrivando a compiere atti di violenza e di distruttività inauditi. Per quanto riguarda questi ultimi problemi, se non si arriva veramente al nocciolo della questione, non basteranno mai tutte le misure repressive messe in atto da chi ci governa! Nell’epoca in cui viviamo, si assiste ad un’escalation di questo tipo di disturbo causato da deficit di contatto con conseguente disturbo narcisistico successivo. Il tutto è aggravato da una società basata sull’immagine, nella quale è più importante apparire che essere. Basta osservare le pubblicità che ci propinano sul giovanilismo eccessivo, sull’essere magri e in forma. Essere belli a tutti i costi, ma per chi? Vorrei concludere sperando che le generazioni future prendano atto che non basta, per allevare un figlio, cambiargli il pannolino o non ‘fargli mancare nulla’. Per molti, il non far mancare nulla è riferito ai beni materiali che lasciano il tempo che trovano. Essi non sostituiranno mai l’amore, la tenerezza e la presenza coscienti.Vorrei precisare che in questa mia esposizione, non ho dimenticato di citare il padre che per quanto riguarda soprattutto noi reichiani ha un’importanza determinante, almeno quanto la madre, mi sono soffermato sui primissimi stadi dell’infanzia, quando il rapporto duale è prevalentemente tra madre e figlio/a.

 

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