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L'ottimismo è una questione di esercizio, questa è la fregatura…

anonimo

 

Mi è stato chiesto di scrivere della mia malattia. Mica facile. Mica si tratta di un compitino qualunque. La mia malattia esiste ma non si afferra, non si descrive. Si sente e basta. SI sente intimamente. Si sente quando ti viene voglia di piangere, si sente quando qualcuno o qualcosa  ti risucchia in un vortice profondo in cui ti manca il respiro e da cui non sai come uscire. Ti prende nei supermercati o la mattina presto, appena sveglio. A volte scompare, ma non è mai merito tuo. C’è sempre qualche medicina di mezzo, qualche aiuto artificiale, da cui tristemente dipendi e che per chissà quanti anni dovrai ancora prendere. Nel mentre il tuo fegato si spacca e la tua depressione non accenna a svanire. A volte è potente ed invincibile, a volte è subdola e latente. IN ogni caso non sai da dove prenderla, non sai come attaccarla. Il mio pessimismo strutturale non mi aiuta a combatterla, anzi. La mia indifferenza non mi aiuta ad affrontarla. Ma a volte ho delle piccole reazioni. A volte mi sento bene. Non dico pieno di vitalità, ma comunque con addosso qualche spunto positivo. Sono eventi miracolosi. Quando si sta male si è soli. Nessuno ti capisce, nessuno ti sa guarire. Tu stesso non sai spiegare cosa hai, nessuno sa capirti perché quello che dici è inconsistente, è accartocciato su se stesso, è indecifrabile. E’ banale. Chi ti ascolta sembra sempre preso dallo stupore: “ ma come, una cosa così facile ti crea tutti questi problemi”. E questo non fa altro che peggiorare la situazione. La frase più ricorrente è “sforzati!!” e nessuno si rende conto di quanto sia inutile e violenta questa cosa. Non fa che peggiorare la situazione perché ci fa sentire ancora più inetti, ancora più incapaci. La spinta alla reazione, la spinta verso la vita positiva è la cosa che più spesso manca a noi depressi, a noi impauriti. Si, perché la paura è il sentimento dominante la mia situazione. La paura dell’ufficio, la paura del lavoro. La paura, il timore di non essere capace di fare le cose, la paura di non riuscire a girare nella centrifuga alla velocità della luce, la paura di non essere all’altezza e di fare brutte figure, la paura della punizione, la paura della brutta figura. Il terapeuta mi chiede di immaginare come vivrei se riuscissi a dare meno importanza a questi fattori, a queste paure. Meglio, starei meglio ovviamente, ma non è facile, non è affatto facile. Si è cresciuti con il senso del dovere addosso, con il senso della responsabilità, della testa piegata a ringraziare Dio perché si ha un lavoro. Il lavoro è la nostra vita, non c’è nient’altro. E’ oggettivamente sbagliato pensare che non sia così. Ore al giorno, a settimana, ogni anno, per 35 anni, buttati su una scrivania a soffrire lo stress, a dover fare mille cose contemporaneamente. Eppure c’è chi non la vive così male. Eppure c’è chi la vive più leggermente. C’è chi è più incasinato di me e riesce a sorridere, a scherzare, a prendersi una pausa per una sigaretta. IO non ci riesco, io subisco e basta. La mia paura mi travolge, mi mangia. Mi logora ogni istante, ogni giorno. Paura e pessimismo, infelicità in sostanza. Certezza di morire pieno di rimpianti, con le lacrime agli occhi per tutto il tempo perso. Eppure qualche volta ho provato a reagire, anche con tentativi buffi. IL buddismo, il corso di musica, la biblioteca. Tutti piccoli spiragli bisognosi di luce e di aria che io non so dare. Ed ecco che mi ritrovo tutti i giorni con la stessa storia, gli stessi gesti, gli stessi luoghi e gli stessi tempi. Prendermi un tè con un’amica mi rende nervoso: voglio andare a casa, voglio chiudermi lì. Quella è la mia abitudine insana ma necessaria. E le gambe che tremano incessantemente, nervosamente. Non so controllarle. Ballano continuamente, rumorosamente, volgarmente. A volte penso che ballano per rilassarsi, ma è nervosismo, non c’è che dire. Non so tenerle ferme, le maledette. Non ho attacchi di panico, almeno credo. A volte mi manca il respiro, ho delle contrazioni forti allo stomaco che mi piegano in due. Non riesco a farmele passare. Mi servono i medicinali. Ne ho avute molte in passato e mi ha salvato un po’ di Lexotan e qualche lezione di respirazione. Ma l’angoscia è opprimente e mi assale anche solo scrivendone. Sto frequentando uno psicoterapeuta comportamentista. Non mi trovo bene, manco a dirlo. IL tipo è un po’ strano e ritiene, purtroppo, che si possa diventare ottimisti con l’esercizio. Facendo pratica. Non è così, purtroppo. Quando si è nati e cresciuti nel pessimismo, scalzarlo è praticamente impossibile. Anche solo scalfirlo è difficile. Mi assegna tutta una serie di esercizi ai limiti dell’impossibile. L’ultimo mi chiedeva di identificare cosa è che può aiutarmi a cambiare e ad essere aiutato. La domanda del secolo. Se sapessi rispondere non andrei dallo psicoterapeuta. L’unica cosa buona è che ogni tanto mi faccio qualche risata. Ma certo non basta. Non posso aspettare la guarigione da qualche risata. E la cosa che più mi fa innervosire è che tutti e tutto rimandano a me. Alla fine devo essere sempre io a decidere, a reagire, ad avere gli stimoli, a trovare il modo. Non capiscono che violenza mi fanno. Pensano che io sia una persona sana, pensano che io sappia trovare il modo per guarire. Pensano che io sia autonomo e in grado di volere. Io non so volere, io non so volere. Non so volere probabilmente perché frustrato dalle ricorrenti frasi di mio padre “volere è potere” e roba del genere, frasi che mi hanno tarpato e fatto inviluppare, accartocciare su me stesso. Dunque, la domanda è inevitabile: che fine farò? Non lo so. Intanto ho capito che non so stare fermo, che non so aspettare e godermela. La noia non è prevista. L’ansia da prestazione mi pervade, non posso stare fermo. Non posso stare nei supermercati, perché mi viene da piangere e la depressione mi attacca. Devo stare sempre con lei ed ho bisogno di compagnia, perché la cosa più orribile è che non so stare da solo. Non posso stare da solo. Ho bisogno di essere protetto e abbracciato continuamente. IL tutto dipende dalla totale assenza di mia madre nella mia crescita. Mia madre non è esistita. SI è disinteressata di me e probabilmente anche dei miei fratelli e delle mie sorelle. Ora è malata e quasi quasi le sta bene. Ma lasciamo perdere e torniamo a noi. Paura, dicevamo. Paura di rispondere al telefono perché si teme che qualcuno ti dica che hai fatto male, che ti sei dimenticato qualcosa. Paura che qualche collega ti dica che non dovevi fare così. Ed è curioso vedere come in ufficio io mi allontani continuamente dal computer. Le gambe, inconsciamente, mi trascinano lontano dal computer, come se dovessero farmi scappare dal computer e dal lavoro. Si irrigidiscono e mi portano via. La paura c’è anche quando temo di dover fare tante cose insieme. Non sono una persona multitasking. Sono una persona lenta. HO bisogno di fare una sola cosa alla volta, con tanto tempo a disposizione. Invece questo non è possibile. Si richiede sempre un sacco di lavoro da svolgere contemporaneamente. Lavoro difficile e veloce. IO non so farlo. Eppure gli altri ci riescono. Come fanno? Se ne fottono? Non vedono tutti i problemi che vedo io? Fanno meno di me? Non lo so, è una questione di carattere in fondo. E’ come quella distinzione tra chi, uscito dall’ufficio, rimuove tutto e pensa al resto della vita e chi, come me, uscito dall’ufficio non riesce a fare altro che al lavoro. Perché io ho una vita vuota. Senza passioni, senza cura, senza alternative. Non ho amici, poi. Eppure anche qui qualche progresso l’ho fatto. Sono cresciuto in periferia, isolato, abituato a parlare con me stesso piuttosto che con gli altri. Ed ora mi trovo a Roma, con milioni di persone che mi girano intorno. Sono riuscito a fare qualche amicizia, costruendola artificialmente, ma non è la stessa cosa. Le amicizie vanno costruite da piccoli, vanno costruite con l’intimità, con la gioia di vivere e non con internet. D’altra parte, meglio così che niente. Insomma, depressione, ansia, paura. Così è la mia vita. Vita che non auguro a nessuno. Vita senza una casa mia, senza una famiglia mia, senza una mia impronta duratura. Vivo nell’incertezza e nella fragilità. Nella pensione che non arriverà mai se non tra mille anni e striminzita. Nella casa che non troverò mai perché troppo costosa. Nella donna che non avrò mai perché mi manca il coraggio di lasciare lei che mi accompagna da dieci lunghi anni. Ieri ho visto un film sulla bellezza. Mi ha molto commosso……..Rieccomi dopo due giorni. Oggi va malissimo. Come ieri. Sul lavoro sono successe mille cose, tutte negative ovviamente. Mi chiedo come si possano applicare le trasformazioni funzionali. E’ impossibile. E’ una tecnica che non domina, che non prevale in me, che non posso utilizzare. E onestamente è anche noioso ripeterlo, mi vedo terribilmente noioso e forse falso, falso perché un minimo di esercizio a volte lo faccio. E’ proprio una piccola ‘anticchia’ di esercizio, è veramente uno spunto quasi ridicolo ma c’è, esiste. Ad ogni modo qui le cose vanno a precipizio ed io ho bisogno di aiuto. Qualcuno mi aiuti sostituendosi a me. Vorrei essere sostituito per sempre e vivere in pace, lontano dallo stress e dalla centrifuga. Ho paura in questo momento. Troppo stress concentrato oggi. Eppure ho anche sonno e vorrei chiudere gli occhi. Scrivo per non chiudere gli occhi. Mi sbragherei volentieri sulla scrivania per dormire. Non riesco nemmeno a dormire, stanotte non ho chiuso letteralmente occhio. Nonostante la pasticca. Non c’è cosa peggiore del non dormire. Quando sei costretto ad alzarti ti senti come se fossi un vecchietto, come se fossi un derelitto. Inizi e continui la giornata sopravvivendo, semplicemente sopravvivendo e sperando che il vento non soffi troppo forte. Mi fermo qui, anche se non ho detto praticamente niente. Vorrei sapermi spiegare. Vorrei saper tirare fuori il malloppo pesante che ho dentro, piazzato sullo stomaco. Forse qualcuno di voi mi capirà. Voglio chiudere con ottimismo. Spero che oggi finisca bene e che stanotte io riesca a dormire. A proposito, devo cercare la farmacia dove vendono le medicine naturali. Il mio iperico sta per finire.

 

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