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 La problematica dei suicidi.

Carla Selvestrel

 

Purtroppo il fenomeno del suicidio è ancora molto sentito: la conferma dei dati statistici parla chiaro. Una differenziazione va fatta tra chi si è effettivamente suicidato e chi invece ha tentato il suicidio, anche se l’aspetto psicologico va comunque ricercato nella volontà lesiva dell’autodistruzione in entrambi i casi. Una serie di fattori potrebbero diventare un campanellino d’allarme per chi è in contatto con soggetti considerati a rischio. La raccolta di informazioni sulle caratteristiche della condotta suicidiaria, sul periodo, sul luogo e sulle modalità di tipologia messa in atto, ci permette di focalizzare l’attenzione maggiormente in soggetti con una media di età compresa tra i 19 e i 25 anni o nelle persone anziane, in età superiore ai 70 anni. Dal punto di vista psicologico, le dinamiche possono essere diverse proprio in base alla complessità del fenomeno anche se, la presenza di una sintomatologia psichiatrica o di disturbi emozionali di tipo depressivo devono mettere in guardia il medico psichiatra o lo psicoterapeuta che segue tali casi. Spesso si tende a sottovalutare particolari stati d’animo, fragilità psicologiche, sentimenti di inferiorità, stati ansiosi e depressivi, disadattamenti nell’area scolastica o lavorativa, disturbi nella sfera affettiva od altro ancora, con la sorpresa poi di leggere sulla stampa, frasi tipo:”sembrava un ragazzo/a a posto”; “aveva problemi con la fidanzata, ma nessuno se n’era accorto”; “ha lasciato scritto un messaggio ai genitori prima del gesto”; “non parlava mai con nessuno”; ecc. ecc. Suggerire di rivolgersi ai professionisti del settore, a volte, potrebbe aiutare parenti o amici che spesso si vergognano di portare il proprio figlio o di consigliare ad un amico di rivolgersi allo psicologo. Eppure molti casi potrebbero essere risolti o “monitorizzati” evitando così certi gesti estremi. Il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, ad esempio, viene considerata una fase tipicamente delicata data anche dai numerosi cambiamenti, psicologici e sociali, dall’identificazione di certi modelli, da periodi di crisi (pensieri di inadeguatezza, insicurezza, timidezza, bulimia, anoressia, bullismo, abuso di sostanze alcoliche e/o stupefacenti, demotivazione, indifferenza, non partecipazione emotiva, fragilità nei rapporti familiari ecc.). L’aspetto familiare rappresenta sempre un punto di riferimento per l’adolescente e rappresenta un’insostituibile spazio di formazione dell’identità personale e sociale. Pertanto in famiglie assenti dal punto di vista genitoriale, è più probabile che emerga una forma di disagio proprio nel momento in cui i figli ne avrebbero maggior bisogno. La fase adolescenziale mette a dura prova la comunicazione tra genitori e figli; quest’ultimi spesso “comunicano” solo attraverso silenzi, aggressività, comportamenti anomali, continue richieste economiche, modi di vestire e di atteggiarsi provocatori. Spesso tali comportamenti rischiano di compromettere i rapporti all’interno delle famiglie. Per i genitori è importante saper cogliere tali messaggi e le modalità comunicative adottate in modo da non farsi influenzare o prevaricare, se ci si riconosce come deboli, o, contrariamente, in modo da non esagerare se ci si riconosce come estremamente autoritari. E’ importante saper “dirigere il gioco” in modo flessibile e maturo prestando attenzione alle reciproche emozioni ed opinioni. Il dialogo e l’ascolto saranno armi vincenti per risolvere ogni conflitto o gesto estremo. Un’altra fascia di età ritenuta “sensibile” alla problematica suicidiaria, è quella dell’anziano. Spesso infatti la solitudine, particolari situazioni economiche, gravi forme depressive, malattie fisiche o psicologiche, stati di insofferenza ecc. sono aspetti che richiedono di essere considerati con attenzione.  Dietro a gesti estremi, quasi sempre ci sono richieste d’aiuto che possono anche essere mascherate, non  comunicate o non espressamente percepite. Anche se il rischio maggiore lo si accoglie nella sfera affettiva, esempio in chi soffre di depressione o in chi fa uso di sostanze stupefacenti, altri fattori possono farci porre l’attenzione su chi decide di chiudere la propria vita. Fonti particolari di stress, sentimenti di inferiorità, difficili storie personali, eventi fortemente traumatizzanti ecc. sono indicatori di disagi psichici e di insoddisfazioni personali. Oltre agli aspetti psicologici, psichiatrici e sociali ce ne sono altri che possono farci riflettere, come ad esempio quelli relativi alla sfera lavorativa, al mobbing, al licenziamento, alla disoccupazione. Il lavoro infatti permette di investire su molte cose, dà un forte senso di sicurezza, di autonomia, di auto-realizzazione, di relazioni famigliari, sociali ed affettive, di realizzazioni economiche quali ad esempio, costruirsi una casa, offrirsi una vacanza, di soddisfare bisogni primari (mangiare, bere, vestirsi), ma anche di realizzare quelli secondari, permette cioè di raggiungere delle mete. Pensiamo per un attimo di non possedere più questi vantaggi, o, come nel caso della disoccupazione, di non aver potuto mai fruire di tali benefici. Pensiamo anche di avere un lavoro, ma di essere insoddisfatti, di essere continuamente criticati, umiliati e manipolati dai colleghi o dai superiori (vedasi i casi di mobbing). In tutti questi casi saremmo sottoposti a situazioni di stress, di tensione, annullando completamente i momenti di serenità e di tranquillità. Le difese psicologiche possono essere diverse, ma spesso si tenderà ad isolarsi dagli altri, ad entrare in depressione ed a pensare di non essere in grado di superare certe situazioni. Sia la sfera privata, la famiglia in particolare, ma anche le relazioni sociali, verranno modificate, con il risultato che il soggetto si sentirà sempre più solo ed abbandonato. Sono frequenti infatti, in queste fasi, proprio l’assunzione di psicofarmaci e la manifestazione di malattie e di disturbi psicologici. Nelle somatizzazioni gravi si arriva anche a delusioni irreversibili e a gesti estremi. E’ interessante notare come, in certi casi, il valore simbolico di queste spinte autodistruttive possono assumere modalità diverse nei maschi piuttosto che nelle femmine. Generalmente infatti, i problemi lavorativi sono sentiti maggiormente nei maschi ed anche le strategie suicidiarie vengono generalmente compiute con mezzi violenti, quali ad esempio: armi da fuoco, impiccagione, mentre nelle donne è maggiormente tipica l’assunzione di medicinali, l’utilizzo del gas, quasi come un voler significare un maggiore rispetto del corpo nella donna, mentre una violenza maggiore del corpo nell’uomo. Un ulteriore curiosità si riscontra nelle differenze per area geografica: maggiori suicidi al Nord piuttosto che nel Sud Italia, così come maggiori in montagna piuttosto che in pianura. Difficile comprenderne le ragioni se non per ipotesi sulla natura climatica/ambientale o sulla diversità di aspetti socio-comportamentali. Altri elementi che non devono far abbassare la guardia in questi casi drammatici, sono per le donne il momento del parto, il ricorso alla chirurgia estetica proprio perché nascondono entrambi risvolti di estrema delicatezza derivanti sia dall’aspetto esteriore, sia a problemi di ordine psicologico. Per   gli uomini, il servizio militare (ora solo volontario, ma purtroppo ancora attuale per il rischio suicidi), sia l’insoddisfazione lavorativa o la perdita di chance sia economiche che affettive. Un consiglio da professionista del benessere psico-fisico è quello di non sottovalutare nessun caso che possa creare sospetti di tale entità, ma di rivolgersi subito ad un esperto del settore, lasciando sempre una porta aperta a chi dimostra di essere in difficoltà. Ascoltare con attenzione i bisogni delle persone può dimostrarsi un salvavita di certe leggerezze.   

 

 

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