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Non si gioca a “testa” o “croce”

... per ogni argomento, è possibile considerare diversi livelli di discussione,

tutti interconnessi ma anche distinti...

Paola Locci

 

Nel mio lavoro è vitale, ancorché faticoso ma innegabilmente avvincente, sforzarsi di ragionare. Ragionare con ordine, senza mescolare i “livelli” di analisi. Dubbi, domande, dati, più che asserzioni. Senza pretese di proselitismo. Prenderò, come sempre, spunto dall’attualità per spiegare di cosa sto parlando. Una bollente polemica, recentemente generata da una sentenza della “Cour européenne des droits de l'homme”, e condotta, come ormai è sconfortante consuetudine, con toni esasperati e bellicosi, sarà lo spunto: crocefisso sì, crocefisso no. Riguardo all’oggetto della discussione, la mia personale opinione non ha alcuna importanza. Ho scelto di suddividere il ragionamento in 3 diversi piani, tralasciandone necessariamente altri.

1. Il crocefisso come simbolo

C’è chi dice che il crocefisso è un simbolo solo religioso, e chi sostiene che è un simbolo culturale.

Nel primo caso, tenendo conto del Nuovo Concordato del 1984, il crocefisso non andrebbe esposto nelle scuole statali, in quanto l’Italia è uno stato laico e non esiste più una “religione di stato”. Non andrebbe altresì insegnata la religione cattolica, così come qualsiasi altra religione. Sarebbe invece logico e doveroso che tutte le religioni fossero studiate nell’ambito dei programmi di storia, letteratura, filosofia, geografia. Dati storiografici, influenze culturali, conseguenze politiche sui diversi stati, nelle diverse epoche. Lasciando le cose dello Spirito ai luoghi di culto. Nel secondo caso, vorrebbero continuare ad esporlo nelle scuole quelli che ritengono il crocefisso simbolo della nostra cultura, o come alcuni dicono, dei valori dell’occidente. Una domanda a latere, da porsi in entrambi i casi, potrebbe essere questa: ammesso che si tratti di un simbolo, religioso o culturale che sia, perché proprio il crocefisso?  La crocefissione era un supplizio in auge presso i romani, e prima ancora utilizzato da altri popoli. Non so molto di teologia e non saprei proprio risalire ai motivi originari di questa scelta (Costantino?), però, dovendo scegliere un simbolo che rappresenti le origini della nostra cultura religiosa, perché non una natività, una resurrezione, un’ascensione al cielo, insomma un’immagine più spirituale, anziché una raffigurazione della crudeltà umana? Ma la domanda essenziale è: un Paese, uno Stato, una Cultura, hanno davvero bisogno di simboli? O dovrebbero piuttosto essere rappresentati da un popolo che si dimostri saldo nei valori fondamentali, unito nonostante le differenze, capace di fare buone leggi e di farle rispettare, e che non si lasci andare a forme di fanatismo generato dalla paura e dalla coscienza di una intrinseca, seppur negata, fragilità?

2. Crocefisso e Costituzione

Riporto i 5 articoli inerenti alla religione:

art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

art. 7. Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

art. 8. Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

art. 19. Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché‚ non si tratti di riti contrari al buon costume.

art. 20. Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività. Da questi articoli si evince che la libertà di religione viene garantita pienamente e non è data dalla presenza o meno di specifici simboli. In particolare, per quanto riguarda la religione maggiormente rappresentata, esistono scuole cattoliche, università cattoliche, associazioni cattoliche. Possono liberamente riunirsi ed esercitare le rispettive professioni, attività, o ruoli, in un’ottica religiosa, medici cattolici, ginecologi cattolici, psicologi cattolici, genitori cattolici, economisti cattolici, pensionati cattolici, ecc. La matrice cattolica della nostra cultura, benché indebolita dall’attuale tendenza al relativismo, al razionalismo, all’illuminismo e a qualche altro senza dubbio diabolico “ismo”, è tuttora forte e alla base dei nostri migliori princìpi di uguaglianza e rispetto e, se non proprio di “amore” per il prossimo, se non altro di tolleranza e solidarietà. Almeno nelle intenzioni.

3. Il crocefisso come contrapposizione all’eccessiva invadenza, reale, temuta, o percepita, di altre culture e/o religioni. E qui la domanda potrebbe essere: la forza di uno stato e della sua cultura in cosa consiste? Nella presenza più o meno diffusa di simboli o nella consapevolezza di valori radicati e condivisi? Un Paese è costituito da tutti i cittadini. Di questi, in Italia, la maggior parte sono cattolici. Ma non tutti. Quindi considerare l’insieme degli italiani senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, è un elemento di forza, mentre considerare le varie fedi religiose introduce un elemento di divisione e quindi di debolezza. In altre parole, la bandiera nazionale può efficacemente rappresentare tutti, la croce no. Un cittadino italiano non è meno italiano se, nel rispetto delle leggi, delle religioni e delle libertà altrui, professa una religione diversa dalla cattolica, oppure, non essendo stato beneficiato del dono della Fede, è agnostico o ateo; quindi dovrebbe potersi aspettare che non siano esposti simboli religiosi nelle scuole statali, senza per questo essere tacciato di ostilità alla Chiesa, o addirittura di “cristofobia”. (Termine che tra l’altro non significa nulla. Perché se ci si riferisce ad una vera "fobia", le questioni di principio non c’entrano. Se invece ci si riferisce a questioni di principio, il termine è improprio, oltre che sproporzionato. Come dire che si è "fobici", ogni qualvolta si è contrari  a qualcosa). Il dibattito non verte sull’abolizione dei crocefissi in quanto tali, ma sulla loro presenza nelle aule delle scuole statali. Non va dimenticato che nelle aule ci sono ragazzi e bambini. Come si può trasmettere loro dei princìpi di uguaglianza e multiculturalità se si impone un simbolo rappresentativo di un’unica religione? E come si fa a spiegare ai bambini che non devono considerare “diverso” un compagno non cattolico? Si può essere d’accordo sulla matrice cristiana della nostra cultura, e sulla necessità di tutelarla e rafforzarla, e contemporaneamente non essere d’accordo sull’esposizione del crocefisso nelle scuole. Sarebbe lecito chiedersi perché un credente, in particolare un cristiano, portatore appunto di quei valori di tolleranza e generosità che dovrebbero contraddistinguerlo, ha bisogno di  imporre i propri simboli, piuttosto che testimoniare la propria fede con l’esempio, ma questo è ancora un altro discorso o, come dicevo, un altro “livello”. Ci sono infatti molti altri aspetti della questione che andrebbero presi in considerazione (significato di laicità, giurisprudenza sovranazionale, rapporti stato-chiesa, ecc.). Ma mi fermo qui. Il mio intento era solo quello di dimostrare con un esempio che, per ogni argomento, è possibile considerare diversi livelli di discussione, tutti interconnessi ma anche distinti. E, come spesso accade, non è affatto detto che due persone che concordino ad un livello, concordino automaticamente ad altri livelli. Pertanto, di qualsiasi tema si tratti, sarebbe importante trovare i punti in comune, piuttosto che sottolineare le diversità. Sempre che si voglia evitare lo scontro ed arrivare ad una ragionevole soluzione. Certo, i soliti maligni, ogni volta che si rinuncia in massa ad usare la testa, potrebbero chiedersi: cui prodest?

 

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