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Requiem aeternam

Paola Locci


Nel mese in cui capita il giorno dedicato al ricordo dei defunti, voglio raccontare una breve storia, quasi una favola. E mi scuso se irromperò in un mondo di fiori, angeli di pietra e voci sommesse con parole diverse, discordanti. Era una bella giornata. Sarebbe stata una giornata calda, ma era presto e l’aria del mattino era ancora fresca. Una lama di luce polverosa cadeva obliquamente dalle finestre in alto, quasi vicino al soffitto, nove-dieci metri sulle loro teste. La bara di suo padre era illuminata, con i suoi fiori bianchi, da questa luce calda e violenta, come un occhio di bue che rendeva lo spazio intorno un po’ più buio. La struttura moderna, chiara e slanciata della costruzione contribuiva a rendere più artefatta e teatrale tutta la scena. Sembrava infatti uno spettacolo, ben orchestrato da un buon regista, con tutti gli interpreti al posto giusto, nei ruoli giusti. Una moderna commedia intimistica, una commedia senza risate, come certi lavori di Pinter. Tutto si svolse come previsto. La messa, l’omelia, le vecchie signore in fila per la comunione, la benedizione con sventolio di incenso. Poi, fuori, le frasi di rito. Ma anche qualcosa di più, qualcosa di troppo. Sa, suo padre era una persona meravigliosa... Che signore gentile... Che dolce vecchietto... Buono... generoso... disponibile... Le mancherà, vero? Si faccia coraggio... La vita va avanti... Grazie di essere venuto... la ringrazio... sì certo mi aveva parlato di lei... grazie ancora... Compostezza e dignità. Avrebbe voluto urlare, gridare a tutti: quello non è mio padre. Non quello che voi avete conosciuto. Mio padre non era così. Voi l’avete conosciuto da poco, non sapete nulla. E invece: compostezza e dignità. Grazie di essere venuto... la ringrazio... grazie ancora... Il peggio venne dopo, nelle settimane successive. Telefonate, biglietti, lettere. Tutti sentivano il forte caritatevole imperativo di esprimere la propria partecipazione e comprensione per un dolore “così terribile”. Mai un dubbio, una domanda, uno sguardo più attento che cercasse di capire, prima di scegliere la frase da dire. Ma in fondo a chi interessava veramente? Pensava e ripensava a tutto questo mentre svuotava cassetti e armadi. E infiniti altri pensieri traboccavano dalla mente, dilagavano senza più argini. Ogni oggetto che passava tra le mani accendeva un angolo della memoria. Era come cliccare su dei file di cui non si ricorda più il contenuto. Natali, scuole, viaggi, case, persone, atmosfere. Che bello se avesse potuto usare il tasto CANC. Uno spasmo nello stomaco, un groviglio di dolore insopportabile. Il dolore dell’arto fantasma. I medici sanno di che si tratta. Quando si rende necessaria un’amputazione, il paziente continua per molto tempo a sentire l’arto amputato come se ancora fosse lì, attaccato al suo corpo, vivo e dolente. Parole come mancanza, vuoto, perdita sembravano senza senso. Come si può perdere qualcosa che non si è mai avuto? Come si può riempire un vuoto vuoto da sempre? L’ultima ingiustizia. Sembra il titolo di un film. Eppure questa frase tornava nella mente ad ogni frase di condoglianza, ad ogni volonterosa espressione di conforto. Sperando sempre che fosse l’ultima. Lentamente, molto lentamente, forse, la sua rabbia sarebbe un giorno svanita. Requiem aeternam dona nobis, Domine. Il mio lavoro mi dà il triste privilegio di entrare nelle pieghe più nascoste di tante esistenze. Non tutti i lutti sono uguali. Non tutto è come appare. E la realtà non è solo la superficie, quella direttamente visibile. O, all’altro estremo, quella spiattellata senza più segreti o pudori nelle cronache di giornali e talk show. Ci sono realtà di mezzo, più grigie, più sfumate, contenitori anonimi non proprio di vere tragedie, ma di grandi sofferenze sì. Sofferenze nascoste e insospettabili, rivestite di patine belle e fasulle.

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