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La gabbia 

Paola Locci

A qualcuno sarà capitato di visitare il quartiere di Cristiania a Copenhagen. Per chi non lo conosce, è una specie di cittadella, un ex c0mplesso di caserme in cui si sono asserragliati, prima abusivamente e in seguito con l’avallo ufficioso delle autorità, i vecchi “hippies” degli anni sessanta. Su panchetti improvvisati si vendono, insieme ad oggetti artigianali, strane pietre di varie dimensioni e diverse sfumature di colore che altro non sono che droghe leggere allo stato solido. Si passeggia in un’atmosfera quasi onirica, tra questi panchetti, tantissimi cani, e cartelli che vietano di fotografare, circondati da costruzioni di cui non si riconosce più il colore originario, coperte come sono da graffiti colorati e ormai scoloriti: lì c’è una bottega, là una trattoria, un bar, una sala riunioni. Vedere questi “figli dei fiori”, che ricordavo nei filmati dell’epoca giovani, belli, abbronzati, sorridenti, con i lunghi capelli al vento, con i pantaloni aderenti e a vita bassa, i cinturoni, e le camicie a fiori, rivederli adesso con gli stessi pantaloni, i cinturoni, le camicie a fiori, e con le rughe, i capelli lunghi e grigi, l’espressione spenta e inebetita da anni di fumo e di mancanza di stimoli, è un’esperienza sconvolgente. Sembra di assistere in diretta al ritrovamento di quei soldati giapponesi che furono recuperati in una foresta, molti anni dopo la fine della seconda guerra. Avevano continuato a nascondersi, pronti al combattimento, convinti che la guerra stesse proseguendo, cristallizzati in una patetica routine di doveri e paura. Solo che oggi ci sono i telefoni cellulari, la televisione, Internet e nessuno proibisce agli abitanti di Cristiania di uscire dal loro surreale acquartieramento. Il paradosso è che proprio coloro che predicavano la Libertà al di fuori delle regole e degli schemi, hanno rinunciato definitivamente a lottare per l’ “immaginazione al potere”, chiudendosi volontariamente in un luogo dove d’immaginario c’è rimasto solo quel confine, quel muro scrostato che idealmente li separa dal resto del mondo. Se ci guardiamo intorno, forse possiamo scoprire anche qui, vicino a noi, qualcuno che ha rinunciato ai propri sogni e ai propri ideali per l’incapacità di adeguarsi al tempo che scorre. Ex giovani che avevano aggredito la vita pieni di entusiasmo e irruenza, lancia in resta e mille sogni nella testa, e poi... al primo scontro con la realtà, ecco la delusione, lo sconforto, e un fiero ritiro dalle meschine cose del mondo. Forse non portano camicie a fiori, e magari non hanno mai fumato uno spinello in vita loro, però hanno lo stesso sguardo spento degli ex figli dei fiori, cristallizzati come sono nella nostalgia di un passato che non è stato come avrebbero voluto che fosse e senza la spinta a cercare nuove strade, nuove possibilità. A pensarci bene, potremmo anche essere noi. Le utopie sono i sogni a cui si rinuncia, ma spesso si rinuncia perché la realtà non è esattamente quella che vorremmo. E allora è più facile ritirarsi, delusi e fieri, nella nostra personale piccola cristiania, facendone la nostra gabbia dorata, circondati dalle persone e dalle cose che ci danno sicurezza; con l’aria di chi, avendo “già dato”, non ha alcuna intenzione di rimettersi in gioco e guarda con superiore distacco chi ancora ci prova. Eppure, rispetto a questo volontario esilio da se stessi, sarebbe meglio rinunciare all’idea della grande-rivoluzione-che-cambia-il-mondo e affrontare con tenacia la piccola lotta quotidiana, cercando di adattare e modificare continuamente le nostre strategie, abbandonando senza rimpianti modalità fallimentari e obsolete. Ridimensionando – perché no? - gli obiettivi, ma non chiudendo per sempre in uno scrigno ermetico, e inviolabile come un tabù, aspirazioni e ideali.

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