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  Il Corpo in gabbia

Dott.ssa Barbara Venturini

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 incidente stradale alla presenza del bambino, che le ha causato importanti conseguenze psico fisiche e lavorative dalle quali non si è più completamente ripresa. Andrea dall'incidente si è "preso cura" con impeccabile dedizione e competenza di entrambi i genitori, si è dovuto assumere  delle eccessive responsabilità per la sua età, salvaguardando così anche la sorella  che ha potuto continuare gli studi e crearsi una vita fuori dal contesto familiare, nel tempo si è  laureata e specializzata , ora vive lontana dalla città natale senza avere molti contatti con il resto del nucleo familiare. Il paziente ha cominciato a fare uso di cocaina all'età di 16 anni, utilizzandola come fattore aggregante caratteristico del contesto popolare in cui è cresciuto, poi gradualmente ha cominciato a spacciare, attratto dalla possibilità di guadagnare per poter emergere e in particolare  far stare bene la madre, che non è mai venuta a sapere delle attività illecite del figlio nè dell'uso di sostanze; Andrea infatti è sempre riuscito a "controlllare" l'uso di cocaina nella quantità e nell'assunzione mantenendo una vita affettiva e lavorativa regolare estranea al mondo dell'illegalità , conviveva con una ragazza ed ha sempre lavorato con impegno e profitto in un attività commerciale di cui era socio. Proprio questo apparente controllo della situazione con il mantenimento di una immagine di vita onesta , lo ha portato ad avere una ipervalutazione di sè , delle proprie capacità di controllo,ma  a sottovalutare completamente il significato e le conseguenze di questa doppia vita fino al momento dell'arresto per spaccio  e la condanna che sta scontando (fine pena 2014). Dal punto di vista clinico il paziente ha ottime capacità cognitive e di insight che gli hanno permesso nei  due anni trascorsi in carcere di compiere un'attenta analisi sulle proprie scelte di vita sbagliate e sulle personali responsabilità, nonchè sulle problematiche relative alla tossicodipendenza, della  quale  prima della carcerazione non aveva mai avuto piena consapevolezza. In particolare l'esperienza del gruppo lo ha messo a confronto con la difficoltà ad ammettere di avere dei bisogni e delle fragilità, gli ha permesso di vivere  l'esperienza  di poter ricevere  aiuto e sostegno senza per questo doversi sentire giudicato o  considerarsi "debole". Ricevere feedback con contenuti di critica rispetto al suo modo di porsi  "arrogante" lo ha fatto riflettere, e  constatare come si possa sopravvivere alle critiche costruttive facendo tesoro delle idee altrui, ne ha modificato  l'atteggiamento rendendolo più disponibile ad ammettere i propri sbagli, a scusarsi e ad accettare  le sue fragilità. La visione del film "Into the Wild" ha contribuito inoltre a mettere in crisi il sistema di credenze rispetto all'importanza del denaro per vivere con "successo" e ricevere ammirazione dagli altri, Andrea   ha cominciato a considerare le alternative di vita possibili. Il lavoro fatto sulla famiglia di origine, in particolare la drammatizzazione e l'espressione psico-corporea dei vissuti familiari, ha permesso ad Andrea  di "vedere" forse per la prima volta  quanto si fosse dedicato ai propri genitori, invertendendo di fatto il ruolo naturale di figlio e di quanto questo lo avesse portato a non dedicarsi a proteggere la sua vita. Andrea  è divenuto consapevole di aver ancora bisogno di un percorso di sostegno per poter uscire nel mondo esterno più sicuro, ha maturato l'idea di passare l'ultimo anno di detenzione presso una comunità terapeutica.

 

CONCLUSIONI

“Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come”
Nietzsche

La negazione della libertà personale  rappresenta un evento unico, tale da procurare stati psico-emozionali che caratterizzano  in maniera totalizzante il vissuto esistenziale di chi vive in reclusione mettendo a dura prova, sia la struttura della sua personalità, sia tutto il suo sistema di valori acquisito e sperimentato nel tempo . La vita “dentro” il carcere  porta ad  uno stravolgimento  del modo di percepire la realtà, tutto si trasforma: il “tempo” si dilata, gli spazi si restringono, con ripercussioni sulla percezione sensoriale del modo di essere, di vivere, di pensare; gli affetti si svuotano di quella quotidianità significativa che dà ad ogni uomo il senso della vita e dell’esistere.Tutto sembra fermarsi nella solitudine di una vita "congelata" nelle sue espressioni dinamiche, emozionali ed esistenziali, spesso ho sentito definire il carcere da chi lo vive come  il "cimitero dei morti viventi".Senza addentrarsi nella questione della giusta causa della pena  per chi delinque, è innegabile che nella situazione di detenzione subentri una forzatura della stessa natura umana.Gli interventi ri-educativi e ri-abilitativi dovrebbero accogliere il detenuto  in tutta la sua dimensione organica, psichica ed esistenziale per  ri- accompagnarlo verso un’interiorità sopita.In questa significativa esperienza ho potuto verificare come l'approccio metodologico gruppale di tipo psicocorporeo, accompagnato da una costante attenzione per l'aspetto relazionale insieme al  rispetto per la persona faciliti la possibilità  di ri-contattare ed esprimere vissuti ed emozioni "congelate" dalla realtà carceraria riportando gradualmente "in vita" i pazienti.Delle metodologie utilizzate ho trovato particolarmente efficace nel setting carcerario  la visione di film, il cinema viene oggi spesso utilizzato in terapia, ed in un contesto ipostimolante  può divenire una fonte vitale "Penso che ogni immagine cominci ad esistere solo quando qualcuno la sta guardando" (Wim Wenders).

Ritornare a sentirsi vivi è la condizione necessaria di partenza per poter poi procedere con qualsiasi attività rieducativa, riabilitativa o terapeutica. 

 

Bibliografia

1.  CANCRINI L. Schiavo delle mie brame, Frassinelli, Milano, 2003

2.  LISS J., STUPIGGIA M. (a cura di), La Terapia Biosistemica, FrancoAngeli, Milano, 1994.

3.  M.G.Mirti, Riflessione sulle assonanze psicologico – esistenziali: solitudine e suicidio nel dolore detentivo, in Psicologia, Psicologia Penitenziaria, agosto 2010

4.  PARENTI F. La Psicologia Individuale dopo Adler, Astrolabio, Roma 1983

5.  V. Pirè, Carcere e dignità umana: un ossimoro?, in Educazione Democratica, n. 1/2011, pp. 19-31

6.  PAOLA SANTAGOSTINO,Guarire con una fiaba, Feltrinelli Edizioni, 2006

7.  R.Rutigliano,L'uomo senza paura. Fiabe di individuazione maschile in tossicodipendenti in carcere, Antigone Editore 2007

8.  Paolo Michielin, Giorgio Bertolotti, Ezio Sanavio, Giulio Vidotto, Anna Maria Zotti, test CBA-Ve



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