Benvenuti! Telefonateci ai n. 0622796355 - 3473157728.  Siamo a ROMA in Piazza Sempronio Asellio 7 (metro A Giulio Agricola/Tuscolana/Don Bosco/Cinecittà)

 

LA COMUNITA' PSICOTERAPEUTICA RESIDENZIALE E IL SUO CAMPO MENTALE


di LUIGI D’ELIA

pagina precedente

 



La scena del gruppo allargato o mediano
Il gruppo allargato di una CT corrisponde, in termini strutturali (non in termini di modello terapeutico), alla definizione di De Maré relativa al gruppo mediano costituito da un numero di componenti compreso circa tra 20-40, considerando la co-presenza nel campo mentale di ospiti e operatori; una struttura antropologica di base intermedia tra la famiglia e la società. Lo studio delle dinamiche del gruppo intermedio è appena agli inizi.
Il gruppo allargato utilizza, secondo De Maré, lo strumento della “cultura” intesa “come risultato della contrapposizione tra l’individuo e la struttura sociale”, il suo “testo” è il dialogo con una realtà che è pero “aperta alla negoziazione”, il suo campo di azione e di esplorazione è il conscio. Nel gruppo allargato della CT ci si trova però di fronte massimamente alla qualità propria dell’organizzazione con il funzionamento tipico del gruppo di lavoro con i suoi obiettivi, i suoi tempi scanditi, le sue attribuzione di significato, le sue gerarchie (ed in questo in particolare differisce dal gruppo mediano terapeutico: ci riferiamo alla copresenza in CT di 2 gruppi, quello degli ospiti e quello degli operatori). Il gruppo allargato della CT diventa ben presto un universo microculturale con le proprie leggi e categorizzazioni interne, talvolta alternative o in contrasto con la macrocultura sociale (se non altro per il clima di tolleranza e democrazia che vi è spesso in una CT e che “fuori” è ben più difficile trovare), talora invece contigue e osmotiche. Tale microcultura “terapeutica”, sviluppa l’appartenenza dei propri membri all’interno di un sistema di significazioni e di rappresentazioni mediando attraverso il dialogo e lo spirito di ricerca che le sono propri, e consentendo all’ospite di CT di modificare i propri codici sub-culturali familiari e sociali. La terapia comunitaria nel gruppo allargato corrisponde inoltre al continuo sforzo dell’équipe di preservare il funzionamento tipico del “gruppo di lavoro” che incide sul livello conscio e sulle potenzialità di apprendimento (come ad es. apprendere ad avere un proprio posto, un proprio spazio di parola, propri diritti e doveri) degli individui. La CT deve saper promuovere quella che De Maré chiama “dimensione laterale” od orizzontale, tipica del linguaggio del gruppo allargato, quella “cultura del dialogo” che non appartiene agli stadi narcisistici dei pazienti gravi: la dimensione laterale, by-passando quella verticale e gerarchica, accede al confronto “realistico” multipersonale che De Maré definisce come “setting pre-politico”, un setting cioè che è transizionale tra quello familiocentrico e quello sociale a metà strada tra parentela e amicizia, tra consanguineità e società. Il lavoro terapeutico delle CT a livello del gruppo mediano è quello senz’altro meno esplorato, ma allo stesso tempo è probabilmente il lavoro più specifico poiché è su questo livello che si dispiegano i percorsi dell’appartenenza qui intesi come percorsi che attivano nuovi temi culturali che sono in grado di trasformarsi in eventi simbolici per l’ospite di CT. Normalmente questo “fattore terapeutico” agisce (quando agisce) in maniera implicita e latente, all’insaputa dei curanti. Il passaggio di un ospite all’interno del campo mentale della CT non si risolve certo in un’operazione meccanicistica di “riparazione” di aspetti disfunzionali, ma si tratta di un’esperienza che incide profondamente sulla sua identità e sulla sua personalità. Tale incidenza trasformativa utilizza precipuamente strumenti culturali: modalità relazionali, prassi e consuetudini gruppali e istituzionali, nuovi stili narrativi, nuove declinazioni simboliche della realtà, nuove gerarchie valoriali, nuove scansioni spazio-temporali, nuovi interessi. Tutto ciò, secondo la nostra esperienza, risulta essere più “terapeutico” di molti altri interventi ritenuti comunemente efficaci e richiede una permanenenza temporalmente di media durata (2-4 anni).

La scena sociale
L’area sociale è l’interfaccia mentale di tipo metacontestuale: essa precede e contiene individui, famiglie e gruppi così come contiene le aree duali e gruppali della mente. Nella patologia grave molto spesso anche questa dimensione mentale è disinvestita e successivamente vissuta come pericolosa e intollerabile: in questo caso, la dimensione sociale “transpersonale” emerge nell’individuo e nella sua corporeità nella sua forma panica e demoniaca, senza cioé alcuna mediazione simbolica e culturale. Non a caso, le forme deliranti assumono sempre degli “organizzatori sociali automatici” sottoforma di stereotipie, personaggi, situazioni e schemi ricorrenti e socio-culturalmente definiti: Dio, il Diavolo, il Potente, l’Aristocratico, Il Persecutore, il Perdente, il Deviante, il Bello o il Perfetto (il Magro), il Brutto, etc. Diciamo subito che a livello dell’area sociale e delle sue rappresentazioni il lavoro della CT diventa più complesso, ed il rischio di brutali semplificazioni è sempre dietro l’angolo. Ci riferiamo in particolare alla frequentissima burocratizzazione dell’intervento sociale e all’interpretazione di esso nei termini di intrattenimento ergotaerapico, o di sterile attività di “socializzazione”: in questo caso è la psicosi (ma non la psicosi della persona sofferente, bensì quella sociale) che vince nella misura in cui include tutta la società e i suoi rappresentanti istituzionali nel suo delirio. Il lavoro sociale della CT è quello di costruire le condizioni di un apprendimento/riapprendimento sociale, e questo può avvenire soltanto all’interno della circolarità transizionale della mente di cui la CT si prende cura globalmente, se cioé l’esperienza di CT, nel suo insieme, per un paziente risulterà realmente “correttiva” e riparativa, se riuscirà a fare proprie modalità relazionali, strutture mentali sane, se riuscirà a trovare, attraverso la CT, un luogo (interno ed esterno) di appartenenza, d’identità, di apprendimento di valori quali la partecipazione, la solidarietà, il dialogo, l’amicizia, l’amore. In questo senso, la CT diventa quel mediatore simbolopoietico e culturale che è mancato nella storia psico-socio-patologica del paziente, un possibile ponte che congiunga sponde in precedenza lontane. Il lavoro delle CT sull’area sociale della mente va posto innanzitutto come un “a priori” che riguarda il modello terapeutico e l’approccio alla gravità. Non crediamo né alla Comunità-Famiglia alternativa alla famiglia naturale e alla società (pur essendo questo il mandato sociale prevalente e, a volte, l’unica strada praticabile) che taglia fuori il mondo esterno perché persecutorio e inaccogliente, né alla Comunità-Dormitorio dove l’enfasi dell’adattamento a tutti i costi ai criteri prestazionali taglia fuori i bisogni di appartenenza e di costruzione d’identità dell’individuo. La CT deve essere in grado di pensare al “dopo” dei propri pazienti già dal loro ingresso, in termini realistici e soprattutto lo dovrà fare con altri soggetti (famiglia, altre istituzioni), ma lo dovrà fare pensando in primo luogo alla propria collocazione socio-culturale: se è in grado di dialogare con altre istituzioni o di attivare un dialogo laddove esso sia carente; se è in grado di stabilire legami e alleanze territoriali significativi e duraturi; se è in grado di coinvolgere le famiglie nei progetti terapeutici; se è in grado di immaginare la vita dei propri ospiti al di fuori del proprio dominio; se è in grado di concepire se stessa come una realtà osmotica i cui confini sono permeabili (la CT che occupa l’esterno e l’esterno che occupa la CT); se è in grado di preparare l’uscita dei pazienti; se è in grado di partecipare al dibattito scientifico-culturale sulla psicosi; se in grado, infine, di formare i propri operatori allo specifico lavoro di reinserimento sociale. Va detto, ad onor del vero, che la storia “antiistituzionale” italiana che ha prodotto le rare e insufficienti esperienze comunitarie, ha posto queste ultime in una posizione di marginalità e di contrapposizione, nonché di minoranza. Questo, fino ad oggi, ha reso la vita delle CT, pubbliche e private (privato-sociale), davvero molto difficile, con esiti molto spesso negativi: si ripropongono ciclicamente problemi di disconoscimento e disconferma del lavoro svolto dalle CT relativi alla stessa opportunità di questo tipo d’intervento; si riattivano modalità subdole di boicottaggio “burocratico”; si rende impraticabile il lavoro di rete e di collaborazione tra i servizi, che sembrano parlare linguaggi del tutto differenti; si continuano ad ignorare le peculiarità dell’intervento comunitario attraverso processi perversi di delega per pazienti di cui “non si sa che farne”. Un’équipe di CT deve essere pienamente consapevole di appartenere ad un tale contesto sociale multiforme dove coesistono drammatiche contraddizioni, ambiguità e processi di alienazione, ma dove vi possono essere enormi potenzialità da utilizzare: basti pensare allo sviluppo delle imprese sociali e alle innumerevoli risorse sociali di umanità e di mezzi a cui la stessa CT può accedere se soltanto accogliesse tali contraddizioni come uno degli aspetti del lavoro con la “psicosi”. In questo senso, la cultura istituzionale, incarnata da responsabili e operatori e dalla loro capacità organizzativa ma anche dalla loro fantasia, diventa quel fattore discriminante che consente all’ospite di CT di “praticare” il mondo sociale senza grandi tensioni e senza troppe sollecitazioni alla competizione.

 

 

 

continua

 

ADDESTRAMENTO ASSERTIVO DI GRUPPO

Come avere successo in qualsiasi relazione

L'evento ha ottenuto 12 crediti ECM 

 

>>> ritorna alla homepage <<<

 

 

Copyright © CENTRO ITALIANO SVILUPPO PSICOLOGIA cod. fisc. 96241380581

Note legali - Si prega di leggerle accuratamente prima di utilizzare il sito